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venerdì, 09 febbraio 2007
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The Grass so little has to do -
A Sphere of simple Green -
With only Butterflies to brood
And Bees to entertain -
And stir all day to pretty Tunes
The Breezes fetch along -
And hold the Sunshine in it's lap
And bow to everything -
And thread the Dews, all night, l
ike Pearls -
And make itself so fine
A Duchess were too common
For such a noticing -
And even when it dies - to pass
In Odors so divine -
Like Lowly spices, lain to sleep -
Or Spikenards, perishing -
And then, in Sovreign Barns to dwell -
And dream the Days away,
The Grass so little has to do
I wish I were a Hay - |
L'Erba ha così poco da fare -
Una Sfera di semplice Verde -
Con solo Farfalle da allevare
E Api da intrattenere -
E agitarsi tutto il giorno alle amabili Melodie
Che le Brezze portano con sé -
E tenere la Luce del Sole in grembo
E inchinarsi ad ogni cosa -
E infilare Gocce di Rugiada, tutta le notte,
come Perle -
E farsi così fine
Che una Duchessa sarebbe troppo comune
Per degnarla di uno sguardo -
E anche quando muore - trapassare
In Odori così divini -
Come Umili spezie, che giacciono nel sonno -
O Nardi indiani, morenti –
E poi, in Sovrani Fienili dimorare -
E sognare i Giorni lontani,
L'Erba ha così poco da fare
Che vorrei essere Fieno - |
(Emily Dickinson, Poesie 1862)
mercoledì, 17 gennaio 2007
Tra le tante cose sconosciute nell’universo ve ne sono molte che sono state rivelate e ben descritte nella guida galattica; in particolare, direi che vi è un passo che ben espone il rapporto che ho (o non ho) con alcune persone.
Oggi mi sento di riproporlo, casomai qualcuno si sentisse partecipe delle mie stesse difficoltà. Non risolve il problema, ma conoscerlo e condividerlo aiuta a sentirsi meglio e, soprattutto, a non farsi prendere dal panico.
“Una delle difficoltà maggiori che aveva Trillian nel suo rapporto con Zaphod era di riuscire a distinguere tra quando Zaphod fingeva di essere stupido solo per cogliere di sorpresa le persone, tra quando fingeva di essere stupido perché non voleva rompersi le scatole a pensare e voleva che qualcun altro lo facesse per lui, e quando fingeva di essere ignominiosamente stupido per non fare capire che effettivamente non capiva cosa stava succedendo, ovvero per non far capire che in quel momento era davvero stupido. [...]
Voleva che la gente rimanesse sconcertata, piuttosto che sdegnata.
Trillian giudicava che fosse francamente stupido, ma non aveva più nessuna voglia, ormai, di discuterne con lui.”
(Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti)
giovedì, 14 dicembre 2006
Dieci giorni fa passeggiando e curiosando tra gli scaffali della biblioteca mi sono imbattuta in questo libro.
Sei anni fa, alla sua uscita, riscosse un discreto successo, ma mi guardai bene dal leggerlo e lo snobbai come di solito faccio su tutti i volumi che vengono dichiarati besteller ancor prima di uscire, in quanto ho l’impressione che abbiano un valore puramente “commerciale”.
Invece stavolta, non so perché, mi sono incuriosita e l’ho preso su.
Bhè, devo dire che mi sono sbagliata.
Si tratta sostanzialmente di un romanzo storico ricreato attorno allo studio del pittore olandese della metà del 1600, Johannes Vermeer e del suo quadro forse più celebre, la ‘Ragazza col turbante’.
L’autrice del libro ( Tracy Chevalier) immagina che la protagonista di questo enigmatico quadro (di cui non si sa con esattezza chi sia il soggetto) sia la giovane cameriera Griet, una ragazza schiva, ma molto sveglia e capace, con la quale il pittore instaura un rapporto platonico, ambiguo, fatto di poche parole, ma allo stesso tempo intenso al punto tale da riuscire ad fare trasparire in un ritratto “l’animo” della protagonista.
Più che la storia “d’amore” tra il pittore e la sua modella, mi è piaciuta moltissimo l’ambientazione. Le descrizioni accurate dei quartieri della città di Delft nel 1665, la vita e i gesti quotidiani di Griet, i suoi lavori domestici, la descrizione dello studio di Vermeer, i colori, le luci dei suoi quadri.
Non so dire se sia stato un trucco editoriale o una mia profonda immersione nella storia, ma mentre leggevo mi sembrava addirittura di sentire il profumo dell’olio di lino usato per mescolare le polvere di mineraligrezzi, e realizzare i colori per i quadri, esalare dalle pagine del libro.
Potrete pensare che sia una noia mortale, ma per me un libro deve anche saperti trasportare in realtà altrimenti impossibili da conoscere. E questo romanzo ci è proprio riuscito.
Così compiaciuta da questa piacevolissima e scorrevole lettura ho voluto completare “l’opera”, noleggiando anche il film.
Che delusione!
Al di là del fatto che sono state variate od omesse alcune cose, è stata data, a mio parere, molta più rilevanza alla storia-non-storia tra il pittore e la ragazza piuttosto che alla vita quotidiana dell’epoca e non non caratterizzando minimamente i personaggi. E probabilmente uno che non ha letto il libro capisce 1/4 di film.
D’altro canto devo invece ammettere che la fotografia e i colori del film sono molto belli e simili a quelli evocati dalle pagine del libro.
Un sito piuttosto dettagliato, dedicato al libro e al quadro lo trovate QUI.
Voto al libro: 8.5
Voto al film: 4.5
mercoledì, 25 ottobre 2006
Qualche sera fa, sono stata a trovare una mia cara amica (coetanea) di vecchia data e la sua piccola bimba di 8 mesi, che oramai inizia a gattonare.
Mentre curiosavo nella cesta dei giochi ho notato dei piccoli libricini gommosi, soffici e antibava per bambini piccoli.
Così, per gioco e anche un po’ soprappensiero, mi sono messa a sfogliarli.
In realtà sono solo delle illustrazioni accompagnate da un breve testo per iniziare il bambino all’alfabeto. Erano pure in inglese e in francese! Avanti la piccola! Ho pensato!
La mia amica ha precisato subito: “Li teniamo lì per le figure. Glieli hanno regalati dei nostri amici francesi.”
Uno riguardava la famiglia: c’erano la mamma, il papà....La mère, le père...
E l’altro la fattoria, con i rispettivi versi degli animali!
“The cock...cockeldodeldoo” seguito dal disegno di un bel galletto con le piume tutte colorate.
“Ah! il Gallo! Chicchirichì!!! “
Così, io e la mia amica, come due deficienti, ci siamo messe a tradurre i versi in italiano
“The Dog...Woof Woof!” e noi “Il cane, bau!”
“The Cat...meow”. “Il gatto, miao!...sì bhè dai...è quasi uguale”.
E via dicendo, tutte contente, giocavamo col libretto mentre la piccola bambina si faceva i cavoli suoi trotterellando per il pavimento.
In penultima pagina c’era un bel maialetto rosa tutto tondeggiante che esclamava felice: “Oink-Oink!”
A quel punto siamo rimaste basite. Ci siamo guardate serie, con le facce stupite.
Ma il verso del maiale come si scrive in italiano?
Abbiamo cenato assieme, tormentate dal dubbio del maialino.
Possibile che nella nostra infanzia (e oltre), nessuno abbia mai citato il verso dei maialini nei libri, che nessuno abbia mai “inventato” un verso per questa povera bestiola così familiare e comune?
Perché questa discriminazione?
Perciò propongo: aiutiamo il maiale e troviamogli un verso.
martedì, 08 novembre 2005
Come accennavo in qualche post precedente, per il ponte di Ognissanti, il mio Rouge ed io abbiamo trascorso qualche giorno a Firenze. Al di là dell’amorevole compagnia :) , è stata una gita bellissima, ricca di cose da fare e da vedere e incorniciata da un clima molto piacevole.
A chi in questi giorni fosse in viaggio per la città di Firenze, volevo suggerire la possibilità di realizzare un ulteriore viaggio, come in una scatola cinese, nell’immaginario visivo attraverso la bellissima mostra (o almeno... a noi è piaciuta molto!) di acquerelli dell’artista spagnolo Pedro Cano dedicata alle surreali Città Invisibili, raccontate da Calvino nel suo libro omonimo, per la celebrazione del ventennale della sua morte, allestita nella sala d’arme di Palazzo Vecchio (ahimè ormai solo fino al 24 Novembre...).
Ogni acquerello è intitolato con gli insoliti nomi di donna delle 55 città invisibili, ed è come una “cartolina” delle città fantasticate da Calvino, naturalmente interpretata dal pittore.
Bellissimi i colori, stupenda la tecnica che rispecchia la vera essenza dell’acquerello : la trasparenza.
E come il libro, anche gli acquerelli sono poesia, sogno e realtà.
Oggetti concreti che cercano di formare idee astratte, città reali e allo stesso tempo impossibili (anzi, invisibili), passato e futuro, idealizzazioni di felicità e quotidiana imperturbabilità.
Per incuriosirvi e per invogliarvi vi lascio un brano tratto dal libro di Calvino e l’acquerello di Pedro Cano che lo rappresenta... :)
“Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello di un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo. In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual’era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.
Fedora ha adesso nel palazzo delle sfere il suo museo: ogni abitante lo visita, sceglie la città che corrisponde ai suoi desideri, la contempla immaginandosi di specchiarsi nella peschiera delle meduse che doveva raccogliere le acque del canale (se non fosse stato prosciugato), di percorrere dall’alto del baldacchino il viale riservato agli elefanti (ora banditi dalla città), di scivolare lungo la spirale del minareto a chiocciola (che non trovò più la base su cui sorgere).
Nella mappa del tuo impero, o grande Kan, devono trovare posto sia la grande Fedora di pietra sia le piccole Fedore nelle sfere di vetro. Non perché tutte ugualmente reali, ma perché tutte solo presunte.
L’una racchiude ciò che è accettato come necessario, mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più.”
da Le Città Invisibili (Le città e il desiderio – Fedora) di Italo Calvino
Buon viaggio!
Ah!! Dimenticavo....l’ingresso è gratuito!
Ho finito di leggere un libro intitolato ‘The Beatles – L’opera completa’.
Se siete dei fans dall’indimenticabile gruppo di Liverpool o se siete solo appassionati alla musica e all’ascolto, questo è proprio un bel libro. E’ scritto da un ex-vicedirettore della rivista inglese New Musical Express. E’ critico e obiettivo al punto giusto.
Oltre a fare una panoramica dettagliata della vita negli anni ‘60, descrive la carriera dei Beatles raccontando canzone per canzone aneddoti di vita, tecniche musicali, idee e creazioni.
Davvero affascinante, divertente e curioso.
Quello che volevo raccontare, non riguarda il libro in sé (dove peraltro se ne parla pochissimo) o i fab4 in generale, ma ciò che li ispirava, una delle loro muse (...a parte ovviamente la cannabis e l’LSD...:D ) di cui quasi nessuno parla mai: Jane Asher.
Jane è stata la fidanzata di Paul Mc Cartney per tutto il periodo di maggiore successo dei Beatles.
Paul ha pressoché sempre scritto un genere di canzoni molto melodiche, musicalmente precise e impostate (a volte anche troppo!!), al contrario di John che invece era molto più libero e innovativo.
Sono di Paul quasi tutte le ballate e le canzoni d’amore.
E mi sono sempre chiesta: ma gli venivano così tutte quelle belle parole, sentimentalismi e narrazioni di amori trovati e perduti, o nascevano da esperienze personali?
Leggendo il libro mi sono accorta di questa ‘presenza’, ne ho preso spunto e ho raccolto qua e là un po’ di informazioni sulla sua vita e sul suo rapporto con Paul e ne ho fatto un post...chissà mai che interessi a qualcuno! :)
Jane Asher nasce il 5 Aprile 1946, a nel quartiere di Marylebone, a Londra.
E’ la primogenita di Richard and Margaret Augusta Asher, ha un fratello (Peter) e una sorella (Claire).
Addirittura uno dei suoi antenati è niente po’ po’ di meno che il Re Riccardo III ! Questo per dire che era una persononcina un tantino privilegiata...
Gli Asher erano tutti coinvolti nel mondo artistico e Jane iniziò a fare l’attrice già da bambina, con apparizioni in diversi film.
Il fratello, fece carriera in un duo inglese prodotto in seguito dai Beatles (Peter&Gordon) e per il quale Paul McCartney firmò anche alcune canzoni. (x la cronaca ora Peter è il vicepresidente della Sony – USA).
La più piccola, Claire fu anche lei un’attrice per qualche tempo, prima di diventare insegnante.
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Ma torniamo a noi:
Paul e Jane si incontrarono ad un concerto, alla Albert Hall. Lei aveva 17 anni, molto carina dallo sguardo vispo e dolce, e lunghi capelli rossi.
Era ospite regolare al TV al programma Juke Box Jury ed era al concerto perché ce l’aveva mandata Radio Times per fare una piccola intervista e dare le sue impressioni da teenager sui Beatles.
Paul fu subito ‘preso’ da lei e dopo il concerto la invitò in un hotel per un drink...e non solo...! ;)
Maliziosi! Cosa pensate?!?
Quando il resto della band tornò, ore più tardi, trovarono la Asher che parlava a Paul dei suoi cibi preferiti!! :D
Paul dichiarò “I realized immediately she was the girl for me" (probabilmente anche a lui piaceva il pudding :))).
Era il 1963.
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Iniziarono la loro relazione e Paul, si trasferì quasi subito nella casa di famiglia Asher, a Wimpole street, che divenne la sua ‘casa-base’ a Londra dal 1963 al 1966. Ed è lì che si trovavano spesso i Beatles a comporre le loro canzoni.
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Jane introduceva Paul a tutti gli ambienti culturali di Londra, a opere teatrali e a mostre artistiche, era una ragazza molto indipendente e, in quegli anni, orientata verso la carriera di attrice;
E la sua carriera andava anche bene, ma Paul desiderava che lei si comportasse come una casalinga, piuttosto che come un’attrice; voleva che lasciasse la strada scelta per stare con lui, costantemente. Era un po’ sciovinista sotto questo aspetto.
Lei rifiutò.
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Il fatto che Jane viaggiasse molto per il suo lavoro di attrice poi era continua fonte di diverbi e litigi, ma Paul ne era innamorato e cercava sempre di mantenere il rapporto con lei. In questi anni si comprarono un paio di case ed ebbero anche un periodo di convivenza.
Dopo 5 anni di relazione (seppur altalenante), il matrimonio sembrava inevitabile e nel Natale del 1967 Paul le domandò di diventare sua moglie condendola con un bell’anello di diamanti e smeraldi. Lei accettò.
Ma i diverbi continuavano e dopo soli sei mesi (nel 1968) lei lo beccò in flagrante con un’altra donna (capito il furbetto?) e la loro storia fìnì.
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Dopo solo un anno Paul sposò Linda Eastman (con la quale rimase per tutta la vita, fino alla morte di lei).
E quasi contemporaneamente i Beatles si scioglievano, per sempre.
In ogni caso Jane ha segnato la vita di Paul per tutto il periodo beatlesiano, che molto romanticamente si ispirava a lei e alla loro lovestory per scrivere tutte quelle storie, poesie e melodie.
‘Bright are the stars that shine dark is the sky, I know this love of mine will never die’
Ehhhh già! L’amour!
...e poi? Che fine ha fatto Jane?
Bhè...ha continuato la sua carriera di attrice per un certo periodo, poi si è sposata con l’illustratore Gerald Scarfe (che tra l’altro ha disegnato la copertina dell’album dei Pink Floyd, The Wall), ha fatto la scrittrice e ha avuto 3 figli.
Volete mettere? :/

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