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lunedì, 03 settembre 2007
Eccomi di nuovo qua, dopo una bella pausa rigenerante.
In realtà non ho ancora capito bene come mai a quest’ora mi trovo chiusa in un ufficio, seduta ad una scrivania, davanti a un computer tra luci al neon e telefoni squillanti e non in un bel baretto all’aperto in mezzo ai fiori e a tante belle casette colorate a sorseggiarmi un drink alla mela, lontana dal caos, e dalla routine e con delle simpatiche cicogne che mi volteggiano sopra la testa.
Mah.
Nel frattempo, mentre rifletto su questo amletico quesito, mi permetto di segnalarVi un’originale iniziativa del Parco dello Stirone che in associazione con "Mirandola Teatro", ospiterà dall’1 al 16 settembre un evento teatrale gratuito intitolato “Il racconto delle radici”.
Gli alberi, come gli uomini hanno una loro storia e una loro anima. E a volte la loro storia e la nostra si intrecciano. Basta fermarsi e saperli ascoltare.
Solo così riusciremo a comprendere meglio e rispettare la natura, a riarmonizzarci con essa e a capire meglio noi stessi e ritrovare un equilibrio.
L’esibizione ha luogo all’aperto in un'area del Parco dove si trovano alcuni esemplari di pioppi bianchi monumentali, due dei quali sono crollati al suolo negli ultimi anni.
Si partirà con una visita guidata notturna, durante la quale si incontreranno dei bizzarri personaggi, fino ad arrivare al “palcoscenico” costituito proprio dai tronchi dei pioppi caduti.
L’anima del pioppo danzerà, mentre il protagonista racconterà un secolo di storia attraverso gli occhi del nonno, i suoi e le fibre dell’albero, fino a ritrovare le proprie Radici e la propria identità, sfuggita di mano.
Il tutto è punteggiato da dei piccoli intermezzi “assordanti” dedicati ai problemi ecologici del giorno d’oggi usando un linguaggio schietto e senza peli sulla lingua, per non dimenticare che oggi più che mai c’è bisogno della nostra sensibilizzazione ai problemi ambientali.
Gli alberi sono degli spettatori silenziosi della nostra vita.
E per una sera l’intento dello spettacolo, io credo, è quello di rendere noi spettatori della loro.
Per finire è prevista anche una piccola sorpresa che unirà ancora di più le vite degli presenti con quella degli alberi.
Le rappresentazioni previste si snodano attraverso tre weekend, oltre all’appuntamento infrasettimanale del mercoledì.
Queste le date:
sabato 1 settembre
domenica 2 settembre
mercoledì 5 settembre
sabato 8 settembre
domenica 9 settembre
mercoledì 12 settembre
sabato 15 settembre
domenica 16 settembre
Il programma prevede il ritrovo alle 20.30 presso Centro Visite di Scipione Ponte, per poi spostarsi in auto (con mezzi propri) fino alla località “Ronsona” (circa un chilometro dal Centro Visite).
Da questo punto si proseguirà a piedi verso la località “Tre Pioppi” (circa 700 metri dal punto di sosta delle auto).
Se bazzicate nei pressi di Salsomaggiore Terme oppure e vi va di passare una serata diversa potete prenotarvi ai numeri 0524/574418 – 581139 o scrivere a info@parcostirone.it.
L’iniziativa è gratuita, il numero di posti è limitato e quindi è obbligatoria la prenotazione.
Un consiglio: intabarratevi bene, dato che nel parco fa molto fresco; e, se potete, portatevi anche una torcia per illuminare il sentiero da percorrere.
In caso di pioggia, le rappresentazioni saranno annullate. (speriamo di no!!)
Buon rientro a tutti!
giovedì, 14 dicembre 2006
Dieci giorni fa passeggiando e curiosando tra gli scaffali della biblioteca mi sono imbattuta in questo libro.
Sei anni fa, alla sua uscita, riscosse un discreto successo, ma mi guardai bene dal leggerlo e lo snobbai come di solito faccio su tutti i volumi che vengono dichiarati besteller ancor prima di uscire, in quanto ho l’impressione che abbiano un valore puramente “commerciale”.
Invece stavolta, non so perché, mi sono incuriosita e l’ho preso su.
Bhè, devo dire che mi sono sbagliata.
Si tratta sostanzialmente di un romanzo storico ricreato attorno allo studio del pittore olandese della metà del 1600, Johannes Vermeer e del suo quadro forse più celebre, la ‘Ragazza col turbante’.
L’autrice del libro ( Tracy Chevalier) immagina che la protagonista di questo enigmatico quadro (di cui non si sa con esattezza chi sia il soggetto) sia la giovane cameriera Griet, una ragazza schiva, ma molto sveglia e capace, con la quale il pittore instaura un rapporto platonico, ambiguo, fatto di poche parole, ma allo stesso tempo intenso al punto tale da riuscire ad fare trasparire in un ritratto “l’animo” della protagonista.
Più che la storia “d’amore” tra il pittore e la sua modella, mi è piaciuta moltissimo l’ambientazione. Le descrizioni accurate dei quartieri della città di Delft nel 1665, la vita e i gesti quotidiani di Griet, i suoi lavori domestici, la descrizione dello studio di Vermeer, i colori, le luci dei suoi quadri.
Non so dire se sia stato un trucco editoriale o una mia profonda immersione nella storia, ma mentre leggevo mi sembrava addirittura di sentire il profumo dell’olio di lino usato per mescolare le polvere di mineraligrezzi, e realizzare i colori per i quadri, esalare dalle pagine del libro.
Potrete pensare che sia una noia mortale, ma per me un libro deve anche saperti trasportare in realtà altrimenti impossibili da conoscere. E questo romanzo ci è proprio riuscito.
Così compiaciuta da questa piacevolissima e scorrevole lettura ho voluto completare “l’opera”, noleggiando anche il film.
Che delusione!
Al di là del fatto che sono state variate od omesse alcune cose, è stata data, a mio parere, molta più rilevanza alla storia-non-storia tra il pittore e la ragazza piuttosto che alla vita quotidiana dell’epoca e non non caratterizzando minimamente i personaggi. E probabilmente uno che non ha letto il libro capisce 1/4 di film.
D’altro canto devo invece ammettere che la fotografia e i colori del film sono molto belli e simili a quelli evocati dalle pagine del libro.
Un sito piuttosto dettagliato, dedicato al libro e al quadro lo trovate QUI.
Voto al libro: 8.5
Voto al film: 4.5
Fino al 31 Dicembre 2006 è esposta a Casa Tanzi, all'ingresso del borgo di Vigoleno (PC), una piccola ma suggestiva e oserei direi... “fantastica” collezione di acqueforti di André Beuchat. (Una piccola saletta è stata adibita a graziosissimi pastelli).
Le sue non sono acqueforti “classiche” limitate alla precisa trasposizione della realtà, ma sono delle rappresentazioni metafisiche e fantasiose, a metà tra sogno e realtà, di giardini, pensieri, nature morte e astrazioni.
Parole, numeri, tempo, natura e poesia che si abbandonano, si perdono e si modificano come dentro un sogno
A mio parere, molto particolare ed “inquietante” (nel senso buono della parola) la sua visione della natura: selvatica, che si insinua, avvinghia e sembra soffocare il tempo e il tema del quadro.
Le opere sono impreziosite dall’utilizzo di carte pregiate fatte a mano, inchiostri speciali e, naturalmente, torchiatura manuale.
Chiacchierando con l’artista, peraltro una persona molto piacevole e intelligente, ci si domandava quanto oggi sia importante il lavoro artistico in un Paese come il nostro. In Italia purtroppo sono rimasti poco più di una trentina gli acquafortisti ‘seri’.
Dal suo punto di vista “è bene” che l’artista non sia sovvenzionato e che rimanga tale nella sua originalità e passione a costo di essere emarginato. Infatti si potrebbe arrivare ad avere artisti non artisti (cioè personaggi ben pagati ma di scarsa qualità artistica). Lui, quindi, mi è sembrato di capire che sia più per un “pochi ma buoni”.
Io penso invece che forse un po’ più di istruzione e sovvenzioni verso i nostri beni culturali aiuterebbero ad incoraggiare e ad aiutare a mantenere in vita (anche nel vero senso della parola!) questo patrimonio umano che oramai sta scomparendo. La “pacchetta sulla spalla” secondo me non può bastare.
<< Che cos’è l’arte? È una domanda che non mi pongo mai; forse perché lavoro molto, forse perché l’opera d’arte rimane comunque un mistero e ogni parola per spiegarla è inadeguata. L’emozione di un segno tracciato su una lastra di rame o di una pennellata su una tela mi immerge nel silenzio. Per me l’arte è contemplazione è piacere dello spirito che coglie il significato della natura con gusto, decisione, pazienza. È una lezione di sincerità in cui la più preziosa ricompensa è la gioia di dare il meglio di sé. Se non c’è verità interiore non c’è arte >>…
A. Beuchat
mercoledì, 11 ottobre 2006
A Vigoleno, borgo medievale fortificato del 1100 a cavallo tra Parma e Piacenza, è stata allestita una mostra di arte giapponese molto particolare.
Teli di lino e cotone colorati in indako naturale, con rappresentazioni naturalistiche e geometriche e maschere noh in legno intagliato a mano e dipinte con polveri di marmo.
I teli lavorati con la tecnica della tintura annodata sono già di per loro un’opera d’arte. Per quelli di grandi dimensioni sono necessitati addirittura 10 anni di lavoro (non continuo ovviamente) con risultati davvero delicati e di grande effetto. Sfumature, ombre e luci ricreate con l’utilizzo di un solo pigmento: l’indaco.
Quello che più ha catturato la mia attenzione, sono state le maschere.
Ognuna di esse rappresenta un personaggio delle leggende e delle tradizioni giapponesi : uomini, donne, giovani, anziani, pescatori, demoni e divinità e vengono indossate per le rappresentazioni di teatro Noh in Giappone.
E anche a seconda di come vengono indossate, rappresentano stati d’animo ed espressioni differenti. L’abilità dell’artista in questo caso non è solo incanalare la caratterizzazione del personaggio all’interno della maschera, ma riuscire a donarle numerose espressività; gioia e tristezza possono essere raffigurate con la stessa maschera a seconda dell’angolazione del capo, della gestualità dell’attore e dell’incidenza delle luci/ombre durante l’esibizione.
Sono rimasta molto incuriosita dai volti di questi personaggi di cui purtroppo non ho potuto apprendere “nient’altro” che la personalità. Mi piacerebbe conoscerne anche i contesti e le leggende che li ospitano.
In internet ahimè c’è ben poco materiale al riguardo, probabilmente è una cultura molto distante dalla nostra sia geograficamente che cronologicamente parlando.
Ma qualcosa ho trovato: una breve leggenda dalle poetiche descrizioni naturalistiche che è anche uno dei Noh maggiormente rappresentati in Giappone, che ripropongo con la mia traduzione personale (dall'inglese):
Il mantello di piume (HAGOROMO)
Era primavera e tra i pini in riva al mare si udiva il cinguettio degli uccelli. Il mare azzurro danzava e brillava nella luce del sole. Un pescatore sedeva e ammirava la scena. All’improvviso vide, appoggiato su un albero, uno splendido mantello di piume bianche.
Il pescatore, affascinato dalla bellezza del mantello e trovandolo incustodito, se ne impossessò pensando di collocarlo fra i tesori del Giappone.
Nello stesso istante una delle fanciulle angeliche che danzano nel Palazzo della Luna uscì dal mare, dove si era immersa per contemplare la natura meravigliosa e chiese al pescatore di ridarle il mantello, senza il quale non sarebbe mai più riuscita a tornare nella sua casa celeste.
Ma il pescatore che era duro di cuore insisteva per tenerlo. “Più insisti a riaverlo, più io sono deciso a tenerlo”.
La fanciulla lo supplicò:
‘Tu fai di me uno sventurato uccello le cui ali sono rotte, ma cerca in vano di raggiungere il blu del paradiso’
Dopo queste parole, il cuore del pescatore si intenerì un poco e le disse “Ti ridarò il mantello di piume se danzerai, qui di fronte a me”.
La fanciulla rispose “Danzerò allora la danza che fa girare il palazzo della luna, cosicchè anche il più povero degli uomini possa capirne i misteri”. Ma non posso danzare senza le mie piume”.
“No!” Disse il pescatore sospettoso “Se ti ridò il mantello, tu volerai via senza danzare per me”.
Questo fece arrabbiare molto la fanciulla.
“Le promesse degli uomini possono essere rotte, ma tra le anime celesti non vi è falsità”.
Il pescatore si vergognò e porse il purissimo mantello di piume bianche alla fanciulla che lo indossò e suonando uno strumento iniziò a danzare e a cantare di molte cose insolite e bellissime riguardanti la sua casa lontana.
Cantò del grandioso Palazzo della Luna dai muri di giada dove regnano trenta sovrani: quindici vestiti in mantelli bianchi regnano durante la luna crescente e gli altri quindici, vestiti in mantelli neri quando la luna è calante.
E cantò, ballò, suonò, benedì il Giappone affinché l’umanità potesse accrescere la sua bontà.
Ma il pescatore non poté gustare a lungo l’esibizione della Signora della Luna, in quanto molto presto i piedi delicati di lei smisero di toccare la sabbia.
Volò in cielo cantando e danzando, mentre il suo mantello di piume splendeva e si rifletteva sul mare e sui pini. Passò le sommità delle montagne fino a che la sua canzone non fu solo un sussurro, fino a che non raggiunse il Palazzo della Luna.
E’ un bel pezzo che non scrivo. Mi sto dedicando al progetto wiki, lanciato dal Rouge e devo dire che mi sto “intrippando” parecchio!
Oggi però ne approfitto per mettere giù due parole riguardo ad una delle mostre più importanti presenti in Italia in questo periodo.
E’ la mostra dedicata a Van Gogh e Gauguin che si tiene a Brescia fino al 26 Marzo.
Forse io mi aspettavo molto di più, non so, sono partita esaltatissima ma sono rimasta piuttosto delusa.
A mio parere è stata male organizzata. A parte le solite code chilometriche (che abbiamo comunque evitato dato che avevamo prenotato) all’interno delle sale era peggio che alla fiera degli obei obei a Milano. Per vedere i quadri bisognava fare letteralmente la coda, rendendo così praticamente impossibile “gustarsi” appieno l’opera.
Ragazzi, ok che volete fare cassa a tutti i costi, però il numero di ingressi va moderato!!!
Noi abbiamo evitato tutta la bolgia, iniziando la visita dalla terza sala (che era più libera) tornando poi in un secondo momento alle prime due.
Poi i quadri. Ecco, io non so se erano proprio gli originali, fatto sta che per Van Gogh erano dedicati ¾ della mostra. A Gauguin una decina di quadri significativi e stop. Il resto litografie, incisioni su legno che, vabbè che li ha toccati un maestro, però erano proprio lì a riempire i buchi.
A parte questo comunque la mostra nel complesso mi è piaciuta. Un tuffo in colori e pennellate meravigliose. Bella anche l’idea di ricreare un corridoio di immagini virtuali, colori e suoni per immergere lo spettatore all’interno del dipinto. Van Gogh è un grande.
Se volete farvi un tour virtuale della mostra stando comodamente sulla vostra seggiolina cliccate qui www.lineadombra.it. Certo lo so che non è la stessa cosa, però...
Grande rivalutazione personale invece della città di Brescia. Pulita, ben tenuta e molto ben organizzata. Non ci sono monumenti particolari, ma è davvero una bella cittadina per farsi una passeggiata e godersi un pomeriggio di sole.
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Barcellona ti appartiene!
Come dicevo, siamo felicissimamente reduci dallo splendido viaggio a Barcellona.
4 giorni ci sono bastati per godere appieno di tutta la vita il colore e la stravaganza di questa città.
Nella capitale catalana, di cose da fare e da vedere ce ne sono parecchie. Musei, monumenti,o anche solo delle passeggiate sul lungomare o dell’attiva vita notturna.
Non descriverò tutto quello che abbiamo visto e fatto; mi limiterò a riassumere il tutto suggerendo un itinerario per una giornata.
E scelgo un itinerario di architettura “modernista” sulle orme di Gaudì che, volenti o nolenti, colpisce tutti particolarmente.
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Dunque, partite in mattinata visitando il Parc Guell. Devo dire che in questa stagione si sta benissimo. Ci sono circa 10 gradi e gli alberi hanno ancora tutte le foglie e qualche pianta è addirittura fiorita! Avventuratevi per le tortuose stradicciuole e ammirate i coloratissimi mosaici e le costruzioni ‘strambe’ che sembrano sciogliersi al sole. Salite fino in cima alla collinetta e godetevi il panorama su Barcellona ne vale proprio la pena.
Se proprio non ce la fate, accomodatevi sulle caratteristiche panchinette appena sopra l’ingresso e godetevi il sole.
Dopodiché continuate (anche in metrò) verso la Sagrada Familia: quasi la seconda cattedrale di Barcellona, imponente ed estrosissima, ma ancora incompiuta e costantemente avvolta da impalcature e gru. Se avete la possibilità, portatevi un binocolino per ammirarne i milioni di particolari della facciata.
Se voleste vederla compiuta, sappiate che i lavori sono previsti terminare per il 2026, centenario della morte di Gaudì.
Proseguite tra gli isolati esagonali dell’Eixample, percorrete la bella e ampia Passeig de Gracia per raggiungere la celebre Casa Milà anche detta La Pedreira.
Al primo piano della Pedreira vengono sempre allestite delle mostre gratuite. E’ anche una buona occasione per entrare nella casa e dare un’occhiata al cortile interno. Noi abbiamo visto una mostra di acqueforti di Rembrandt.
Non lontano dalla Pedreira sorge la ‘mançana de la discordia’ (un gioco di parole: in spagnolo mançana significa sia quartiere sia mela) dove c’è la splendida Casa Batllò o casa delle ossa.
La casa tende ad rappresentare fantasticamente il dorso e la pelle di un drago (il drago di San Giorgio, patrono della città) con un richiamo alle ossa dei poveretti che si è pappato.
E’ veramente bellissima. Di sera poi, quando è illuminata, è proprio suggestiva.
Infine (se avete ancora forza nelle gambe) raggiungete il Palazzo della Musica Catalana, una delle sale da concerto più belle e appariscenti al mondo. Non è stato disegnato da Gaudì ma è senz’altro un’ opera modernista da non perdere.
Naturalmente, se avete tempo e voglia e soprattutto soldi, tutte queste opere architettoniche sono visitabili anche dall’interno.
Dico soprattutto soldi, perché per esempio una visita a casa Batllò costa dai 10 ai 16 euro a testa... :(
A fine giornata rientrate in albergo, rilassatevi pure un pochetto e poi preparatevi un bel bagno caldo pieno di schiuma profumata. Immergetevi e rilassatevi possibilmente con un piacevole massaggio da parte della vostra dolce metà.
Sempre se siete in coppia, proseguite poi il massaggio rilassante distesi sul letto con un buon olio per i massaggi....e date spazio alla vostra fantasia.
Se siete single di fantasia ce ne vorrà un po’ di più, ma vabbè...
Verso le 21.30-22.00 (in Spagna non si usa cenare prima di quest’ora!) siete pronti per uscire e raggiungere uno dei tanti ristorantini tipici per gustare della paella catalana (condita con pesce e carne) accompagnata da almeno mezzo litro di sangria e, dulcis in fundo, la squisita crema catalana.
Se invece non vi va fare proprio una cena completa potete benissimo prendere delle tapas, cioè degli “spuntini” in genere fritture di patate, pesce o altre specialità che variano da locale in locale, naturalmente accompagnate dall’ottima birra (cerveza).
Nota: La formula per ordinare non è: “Two cervezas y two tapas”. Si faranno due risate, ma vi capiranno lo stesso. :DD
Chiudete la giornata con due passi al porticciolo, sotto lo sguardo impassibile di Cristoforo Colombo, per respirare l’aria fresca del mare e innamorarsi tra i riflessi delle luci della città tra le onde.
martedì, 08 novembre 2005
Come accennavo in qualche post precedente, per il ponte di Ognissanti, il mio Rouge ed io abbiamo trascorso qualche giorno a Firenze. Al di là dell’amorevole compagnia :) , è stata una gita bellissima, ricca di cose da fare e da vedere e incorniciata da un clima molto piacevole.
A chi in questi giorni fosse in viaggio per la città di Firenze, volevo suggerire la possibilità di realizzare un ulteriore viaggio, come in una scatola cinese, nell’immaginario visivo attraverso la bellissima mostra (o almeno... a noi è piaciuta molto!) di acquerelli dell’artista spagnolo Pedro Cano dedicata alle surreali Città Invisibili, raccontate da Calvino nel suo libro omonimo, per la celebrazione del ventennale della sua morte, allestita nella sala d’arme di Palazzo Vecchio (ahimè ormai solo fino al 24 Novembre...).
Ogni acquerello è intitolato con gli insoliti nomi di donna delle 55 città invisibili, ed è come una “cartolina” delle città fantasticate da Calvino, naturalmente interpretata dal pittore.
Bellissimi i colori, stupenda la tecnica che rispecchia la vera essenza dell’acquerello : la trasparenza.
E come il libro, anche gli acquerelli sono poesia, sogno e realtà.
Oggetti concreti che cercano di formare idee astratte, città reali e allo stesso tempo impossibili (anzi, invisibili), passato e futuro, idealizzazioni di felicità e quotidiana imperturbabilità.
Per incuriosirvi e per invogliarvi vi lascio un brano tratto dal libro di Calvino e l’acquerello di Pedro Cano che lo rappresenta... :)
“Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello di un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo. In ogni epoca qualcuno, guardando Fedora qual’era, aveva immaginato il modo di farne la città ideale, ma mentre costruiva il suo modello in miniatura già Fedora non era più la stessa di prima, e quello che fino a ieri era stato un suo possibile futuro ormai era solo un giocattolo in una sfera di vetro.
Fedora ha adesso nel palazzo delle sfere il suo museo: ogni abitante lo visita, sceglie la città che corrisponde ai suoi desideri, la contempla immaginandosi di specchiarsi nella peschiera delle meduse che doveva raccogliere le acque del canale (se non fosse stato prosciugato), di percorrere dall’alto del baldacchino il viale riservato agli elefanti (ora banditi dalla città), di scivolare lungo la spirale del minareto a chiocciola (che non trovò più la base su cui sorgere).
Nella mappa del tuo impero, o grande Kan, devono trovare posto sia la grande Fedora di pietra sia le piccole Fedore nelle sfere di vetro. Non perché tutte ugualmente reali, ma perché tutte solo presunte.
L’una racchiude ciò che è accettato come necessario, mentre non lo è ancora; le altre ciò che è immaginato come possibile e un minuto dopo non lo è più.”
da Le Città Invisibili (Le città e il desiderio – Fedora) di Italo Calvino
Buon viaggio!
Ah!! Dimenticavo....l’ingresso è gratuito!
Inizio a riprendermi. A capire chi sono e perché sono qui.
Come dicevo le vacanze sono state deleterie sotto questo punto di vista!!
Abbiamo girato prevalentemente per l’Umbria, una regione bellissima, dove non eravamo mai stati, tra paesaggi, religione, arte, storia e tartufi. Davvero meravigliosa, la consiglio a tutti.
Sinceramente per descrivere tutto quello che c’è da fare e vedere mi ci vorrebbero decine di post. E per quello poi ci sono gli uffici turistici...!
Una delle cose però di cui però gli uffici turistici non parlano quasi mai è una curiosità costante (e inquietante) che si ritrova in tutte le cittadelle medioevali della regione che mi ha particolarmente intrigato (non so dire esattamente perché!): la cosiddetta “porta del morto”.
Si tratta di una caratteristica architettonica delle facciate delle case medioevali, in particolare umbre e toscane.
Al piano terra di quasi tutte le case dell’epoca c’erano due porte.
Una più larga e bassa (fondaco) che dava accesso ad una stanza molto ampia, utilizzata prevalentemente come bottega o stalla, alla quale si accedeva tramite un basso gradino.
L’altra molto più piccola e stretta, era posta a circa 70-80 cm da terra e portava ai piani superiori ed era il vero e proprio ingresso principale alla casa.
Ci si accedeva tramite tre o quattro gradini in legno, che venivano poi ritirati la sera o in caso di attacchi e di pericoli improvvisi, per maggiore difesa e sicurezza.
Finirono poi (con le Signorie) i periodi di discordia tra le varie famiglie, perciò questo tipo di ingresso, così scomodo e angusto, entrò in disuso e si aprirono i passaggi alla casa direttamente dal fondaco.
Solo in occasione di un funerale, per trasportare fuori la bara, era più comodo utilizzare questo ingresso (tra l’altro sembra fatta proprio su misura!).
Ecco perché prese il nome di “porta del morto”.
Una foto che rende bene la trovate qui.
Col tempo, visto l’uso che se ne faceva, nacquero molte superstizioni e credenze popolari legate a questa porta. I vivi non dovevano passare dalla porta del morto per evitare il malaugurio! A ognuno la sua porta, insomma.
Quindi dopo ogni funerale, la porta veniva chiusa, sprangata e talvolta anche murata o nascosta da svariati materiali per evitare la malasorte.
Piccola nota religiosa: la tradizione vuole che sia Santa Chiara che San Francesco di Assisi lasciarono le loro case paterne oltrepassando questa soglia. Erano “morti” in un certo qual modo, dato che si incamminavano verso un’altra vita.
Oggigiorno alcune sono restaurate e correntemente utilizzate come porte (niente più malaugurio?) o finestre, altre sono murate, ma ancora ben visibili.
Altre invece sono rimaste murate e quasi completamente scomparse; ho trovato divertente girare per le cittadelle e scovare tutte queste porticine!!...Non potevo quindi non farne anche un post!
Grazie Angelino per avermi sopportata....! ;-)
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